Ipertensione arteriosa
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di
Luca dr. Vivaldi Psicologo
L’articolo contiene i seguenti paragrafi: 1. li indici della pressione arteriosa
2. Alzare la pressione arteriosa 3. Pressione esteriore e interiore
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QUESTO ARTICOLO È STATO COMPOSTO dal dr. Luca Vivaldi Psicologo e Mental coach professionale per i SUOI CLIENTI. L’articolo è parte di un lavoro che si snoda in 4 articoli: il 1° descrive la FUNZIONE DEL CUORE E DELLA CIRCOLAZIONE SANGUIGNA, il 2° tratta dell’IPOTENSIONE ARTERIOSA il 3° dell’IPERTENSIONE ARTERIOSA il 4° approfondisce l’INFLUENZA DEL LINGUAGGIO NELLA MALATTIA IPERTENSIVA L’ARTICOLO PERMETTE DI ACCEDERE CON DISINVOLTURA A CONOSCENZE RIGUARDANTI LA CIRCOLAZIONE SANGUIGNA NELL’ORGANISMO.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------Gli indici della pressione arteriosa Si ha ipertensione arteriosa, quando, il valore massimo e minimo della pressione superano rispettivamente 60 e 95 mmHg. Si tratta di una definizione a dir poco ottimistica, se si pensa che la stessa medicina considera normali valori inferiori a 140/90. Fra indicatori della pressione alta e quelli della pressione normale si evidenzia un’area di confine, che di fatto rientra nell'ambito patologico. Per non dover considerare malata una percentuale elevatissima della popolazione, è stato escogitato un ulteriore trucchetto: il valore della pressione massima normale si ottiene aggiungendo 100 alla propria età. In un settantenne, dunque, una pressione massima di 170 mmHg dovrebbe essere considerata normale. Ma questo è un imbroglio bello e buono, perché un simile valore pressorio non è affatto normale, come non lo è il metodo che così lo definisce. Si tratta di una leggera variante di quell'atteggiamento secondo il quale quanto più il paziente è grave, tanto più si cerca di tranquillizzarlo. Dagli studi compiuti sulle ultime, rare. popolazioni «primitive sappiamo che la pressione normale in un uomo sano in condizioni di riposo non è superiore a 130 mmHg anche in età avanzata. La pressione alta è una condizione che, come è stato dimostrato, è una conquista della nostra moderna e frenetica società. Il fatto che oggi ben ottanta milioni di americani soffrano di ipertensione, secondo la rosea definizione della medicina, indica chiaramente le dimensioni assunte da questo sintomo. Da pericolo pubblico n° 1 a malattia del secolo, l'ipertensione si è guadagnata l’appellativo di killer silenzioso; nessun altro sintomo esige un tributo così alto in termini di vite umane e.di denaro. I
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pazienti ipertesi sono esposti a un rischio triplo di infarto e a un rischio quadruplo di ictus. Le somme spese e i mancati guadagni sono astronomici e questo costituisce una premessa ideale per mettere in allarme la società moderna, industriale o meno. Le "cause" tuttavia sono così strettamente interconnesse con le condizioni di vita della nostra società che fino a questo momento la medicina non è stata in grado di scoprirle. A nove ipertesi su dieci viene diagnosticata un'ipertensione cosiddetta "essenziale". Dietro questa definizione si nasconde una diagnosi per esclusione, ossia una diagnosi che viene posta quando, nonostante i numerosi test diagnostici, non è possibile trovare una causa fisica. Più precisamente, tale diagnosi significa che la medicina non sa spiegare che cosa stia succedendo al paziente, e svela la propria ignoranza con un termine raffinato. Del tutto casualmente, però, la definizione "essenziale" contiene un'indicazione chiave: per il paziente in effetti questo sintomo è essenziale, cioè importantissimo, vitale, perché gli chiarisce l'essenza del suo atteggiamento nei confronti della sua vita. La contrapposizione tra ipertensione e ipotensione è evidente sin dall'inizio. Mentre la pressione bassa produce numerosi sintomi pittoreschi, ma in ultima analisi è “innocua” da un punto di vista medico, la pressione alta è praticamente asintomatica e pericolosissima. Se paragonato a una canna per annaffiare il giardino, il sistema circolatorio del paziente ipoteso corrisponde a una canna dilatata e floscia, con lo spruzzatore completamente aperto. L'acqua ne fuoriesce senza pressione e non fa ovviamente molta strada, precipita inerte al suolo. La canna dell'iperteso invece appare contratta in tutta la sua estensione, con lo spruzzatore quasi completamente chiuso. Ne fuoriesce un getto sottile e violento che arriva lontano, ma la quantità di acqua che porta con sé è quasi nulla. Se un giardino viene "annaffiato" da una canna "ipotesa", solo la zona attorno alla canna stessa, riceve acqua vitale in abbondanza, mentre a una distanza maggiore la terra inaridisce. Lo stesso accade in un corpo con un apparato cardiovascolare ipoteso, viene irrorato bene solo l’area centrale ed inferiore. Anche il giardino annaffiato dalla canna ipertesa soffre di mancanza d'acqua, tuttavia in questo caso la scarsa quantità di acqua viene distribuita sino ai confini più lontani con un getto violento e ridotto. Nel caso di un corpo con un apparato cardiovascolare iperteso accade che al centro, e nel cuore, l'emergenza è particolarmente grave. In entrambi i casi, quindi, il problema è lo stesso, anche se prodotto da strategie opposte. 2. Alzare la pressione arteriosa La possibilità di far alzare la pressione arteriosa è un presupposto importante per la sopravvivenza. Normalmente, in caso di sollecitazioni estreme la pressione raggiunge valori elevati. Di fronte a un pericolo, non solo i nervi, ma anche i vasi sono tesi allo spasimo e quanto maggiore è la tensione cui il soggetto è sottoposto tanto più la pressione arteriosa aumenta. Indipendentemente dal modo in cui il pericolo viene superato, se tramite la fuga o l'attacco, all'allentarsi della tensione esterna anche la pressione arteriosa diminuisce fino a raggiungere valori normali. L'adrenalina, l'ormone dello stress, secreta in quantità superiori al normale, è ormai stata consumata, il sangue pompato più velocemente ha assolto i suoi compiti di trasporto durante l'azione fisica dei muscoli e l'organismo ritorna dalla tensione simpaticotonica al rilassamento vagotonico. Se la condizione di rilassamento non viene ripristinata, si presume che il pericolo non sia ancora scongiurato, che il conflitto sia rimasto irrisolto. È questa la situazione in cui vive perennemente l'iperteso. La sua continua tensione simpaticotonica indica che egli è sempre pronto a battersi, sempre prossimo allo scontro, senza però arrivare mai ad affrontare realmente queste situazioni conflittuali, né tantomeno a risolverle. Mentre l'ipoteso rinuncia in partenza ad affrontare la situazione e si rintana immediatamente, l'iperteso è perennemente all'erta, costantemente in
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attesa dell'attacco. Il problema reale, per una ragione o per l'altra, rimane irrisolto in entrambi i casi. I pochi sintomi esteriori che rivelano la pressione alta sono collegati all'aggressività repressa e all'ostilità soffocata. La palpitazione rapida a riposo o in seguito a sforzi limitati tradisce gli iperteisi più sensibili. Quando il soggetto si sente "il cuore in gola", la tensione dell'attesa già si tinge di paura. Le palpitazioni di per se stesse :sono sempre un segno di grande agitazione di fronte a una situazione incontrollabile. Generalmente si verificano prima di un esame, .occasione in cui l'esaminato si sente esposto a un'autorità superiore. In queste situazioni l'iperteso si trova ad affrontare contemporaneamente molti dei propri timori; egli infatti, per quanto possibile, cerca sempre di avere tutto sotto controllo. Lo dimostrano i vasi stretti che, in condizione di tensione controllata, sembrano vibrare, come pure la vivace prontezza all'azione. D'altro canto il tipico soggetto iperteso tende ad avere problemi con l'autorità. Studi medici hanno dimostrato che l'esposizione a forme di autorità non riconosciute fa salire la pressione arteriosa. Una simile situazione fa imbestialire chi vi è sottoposto e quanto meno il soggetto è disposto ad accettarla, tanto più la sua pressione sale. È significativo il caso dei neri americani che presentano valori pressori maggiori di quelli dei bianchi. L'ipertensione colpisce i neri con istruzione scolastica limitata con una frequenza sette volte maggiore rispetto ai bianchi con una buona istruzione. Per contro, i neri che vivono in Africa, nel proprio ambiente e secondo il loro stile di vita tradizionale, non sanno neppure cosa sia l'ipertensione. Naturalmente anche in Africa esistono forme di autorità, come per esempio i capi tribù, ma queste probabilmente sono così intimamente accettate da non costituire un problema. Anche gli individui che hanno abbandonato la scuola e che spesso sono costretti a vivere in condizioni di disagio sociale tendono ad avere valori pressori più elevati. Alla base della gerarchia la pressione è al massimo, perché non può essere scaricata più in basso. L'immagine della piramide sociale rende bene l'idea. Chi sta più in basso porta sulle spalle tutto il peso di chi sta sopra e quindi è maggiormente oppresso. È logico sospettare che i pazienti ipertesi vivano perennemente in una situazione "da esame", che richiede massima tensione e un atteggiamento di difesa costante. Spesso le palpitazioni si verificano anche di notte, segno che nemmeno durante le ore tradizionalmente dedicate alla rigenerazione il vago riesce ad avere la meglio sul bellicoso simpatico. Gli attacchi di palpitazioni sono preceduti da temi onirici attinenti. Il calo dell'efficienza è un segno che in genere si manifesta in una fase relativamente avanzata ed è una conseguenza della difficile situazione circolatoria. Mentre l'individuo punta al massimo rendimento, il risultato finale è alquanto mediocre, si pensi alle tante volte in cui abbiamo osservato scatti brucianti che hanno condotto fuori bersaglio, oppure alle azioni repentine che producono danni i quai richiedono un ulteriore intervento di ripristino. In un simile contesto non sorprende neppure l'insorgere dell'impotenza sessuale. L'iperteso cioè sembra sul punto di agire, ma in realtà non agisce, per lo meno non sulle questioni decisive. Talvolta gli individui con la pressione alta soffrono di cefalea, come gli ipotesi, e questo indica dove ha origine il problema, dove andrebbero prese le decisioni e risolti i problemi. La disposizione d'animo è sbagliata, ed essa viene stabilita nella testa. Solo con la disposizione d'animo adatta è possibile raggiungere la posizione adeguata nella vita. Per quanto grande sia la pressione, se questa viene esercitata nel punto sbagliato non produce alcuna breccia. Non di rado le emicranie martellanti sono una conseguenza del continuo arrovellarsi. Chi si arrovella il cervello pensa intensamente a un problema, ma ci gira intorno senza riuscire a risolverlo. E questa è esattamente la situazione dell'iperteso. Il nervosismo e altri segni di eccessiva tensione nervosa sono l'espressione tangibile della grave situazione di fondo. Non bisogna tendere troppo la corda se non si vuole rischiare che a un certo punto si spezzi. E l'iperteso rischia. Prima però che questa metafora (tradotta nel cuore spezzato dell'infarto o nel vaso sanguigno lacerato dall'ictus) lo colga di sorpresa, c'è tutta una serie di
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segnali d'allarme, fra cui i sintomi legati alla tensione estrema dei nervi, come irascibilità, scoppi d'ira e difficoltà di concentrazione, nonché i sintomi vegetativi. Gli accessi di sudorazione sono indice di paura, una paura che scandisce la vita. Chi suda sangue e acqua è in preda a un attacco di panico, ma anche il semplice sudore freddo parla un linguaggio inequivocabile. In presenza di vasocostrizione, la paura diventa ancor più terribile da sopportare. In linea di massima la condizione è identica a quella del cuore stretto in una morsa e dei suoi sintomi, l'angina pectoris e l'infarto miocardico. Per un iperteso, tale situazione è addirittura estesa a tutto il corpo, e non per niente la pressione alta è un terreno di coltura ottimale per queste due condizioni. La costrizione dei vasi è sempre espressione della paura che limita il flusso vitale. A lungo andare la costrizione porta all'indurimento dell'atcrosclerosi. Quello che al centro diventa evidente sotto forma di sclerosi delle coronarie, può causare nella parte superiore del corpo, a livello del cervello, la calcificazione della sede del comando centrale del sistema nervoso e, nella parte inferiore del corpo, la sclerosi dei vasi sanguigni delle gambe che si manifesta nella claudicatio intermittens. Se nel primo caso è evidente che da un punto di vista intellettuale non è più possibile alcun miglioramento, nel secondo l'impedimento a qualsiasi progresso diventa molto concreto. Tradotta in italiano, la diagnosi "claudicatio intermittens" significa ''andatura zoppicante discontinua": i pazienti, cioè, riescono a percorrere solo brevi tratti, poi sono costretti a stare a riposo fino a quando l'apporto di sangue non ritorna nei limiti della normalità. A questo punto camminare a passo spedito è ormai fuori discussione, e salire le scale, anche solo un paio di gradini, diventa estremamente faticoso. A questo stadio, la situazione di fondo diventa finalmente chiara: la vita non offre più alcuna possibilità di progredire o elevarsi. Chi si permette di ignorare questo dato di fatto, deve sopportarne le conseguenze fisiche. Le gambe che cedono sono un esempio semplice ma efficace di questa situazione. La difficile situazione circolatoria di questi individui è spesso sottolineata da arterie temporali particolarmente tortuose. Il pulsare delle tempie rafforza ulteriormente l'impressione di un uomo vibrante in tutto il suo essere, che si dedica con ogni fibra del suo cuore contratto a una data faccenda senza ammettere distrazioni. Quale sia tale faccenda passa in secondo piano di fronte al fatto che essa deve apparire importante e che la sua funzione di depistaggio non deve risultare troppo evidente. In generale, l'iperteso crede alla missione che egli stesso si è scelto e alla sua enorme importanza e non riconosce che il suo gran da fare, spesso impetuoso, e il suo impegno ostinato hanno il carattere di una fuga. Se solo cominciasse a intuire questa realtà, non riuscirebbe più a lavorare nello stesso modo e allo stesso ritmo. Sarebbe il primo passo verso un miglioramento. Chi soffre di ipertensione benigna, per fortuna, ha a portata di mano la possibilità di scaricare, almeno di quando in quando, la pressione eccessiva anche senza troppa consapevolezza. Può infatti esplodere, proprio come una pentola a pressione. Un'esplosione di rabbia è sicuramente più sana dell'esplosione dei vasi sanguigni, per esempio, nel cervello. Da questi accessi d'ira, che spesso presentano una spiccata somiglianzà con le eruzioni vulcaniche, il paziente potrebbe riconoscere che cosa si nasconde in realtà nel suo intimo. Quando sputa veleno e riversa la propria collera contro il mondo intero, l'aggressività che ribolle in lui non può essere ignorata. Così come la pentola a pressione diventa meno pericolosa quando viene dato sfogo al vapore, anche l'iperteso dopo lo sfogo d'ira appare più rilassato. Tuttavia, dal momento che evita rigorosamente di esplodere sulle questioni decisive, in genere la pressione ricomincia ad aumentare velocemente. Perciò la testa "accesa" è un segnale d'allarme più che giustificato che dice: attenzione, pericolo costante di esplosione. Tali scoppi d'ira non sono particolarmente vantaggiosi da un punto di vista sociale, e possono nuocere alla buona impressione di operosità instancabile e di impegno sovrumano per una data
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causa. Per questo l'iperteso cercherà di chiudere questa valvola di sfogo e di rinunciare a simili scoppi liberatori, tanto più che sono sempre rivolti contro gli obiettivi sbagliati. Raccoglierà approvazione, solo quando comincerà a dominare e controllare anche questo punto. Naturalmente da questo momento in poi sarà sempre più represso e furioso e il suo sistema circolatorio verrà a trovarsi in una situazione ancor più disperata, perché ancor più compressa. Per il mondo esterno è certo più piacevole se l'aggressività soffocata e l'ostilità repressa non vengono manifestate, se non impercettibilmente nei tratti del viso e nelle mascelle contratte: ma per l'iperteso questo è pericoloso! La pentola a pressione che decide di fare a meno della valvola di sicurezza smetterà di fischiare e sibilare, ma certamente al suo interno la situazione si farà ancora più sgradevole, vale a dire ancora più compressa. Le pareti dovranno quindi essere rafforzate per poter resistere alla tensione crescente. Il rafforzamento delle pareti dei vasi sanguigni nel corpo viene chiamato aterosclerosi. Alle persone che nel corso degli anni riescono a controllare fino a tali livelli il flusso vitale, e nelle quali la pressione aumenta progressivamente con il conseguente aggravarsi della calcificazione dei vasi sanguigni, non si prospetta un futuro roseo. La medicina parla di "ipertensione pallida" o "maligna", vale a dire di ipertensione cattiva. Questi pazienti appaiono dotati di una capacità quasi sovrumana di esercitare il proprio controllo sull'ambiente esterno, e quindi sono perfettamente integrati nella nostra società, che tanta importanza attribuisce al controllo. Si controllano a tal punto che rimane loro ben poco margine per vivere. Il fenomeno della solitudine interiore pur in presenza di relazioni sociali in apparenza soddisfacenti è particolarmente evidente in questi soggetti. Entrambe le varianti, quella benigna e quella maligna, sono in ultima analisi ugualmente disperate. Mentre la prima può causare in qualsiasi momento un'esplosione, che a livello dei vasi sanguigni potrebbe risultare fatale, la prospettiva della seconda è la morte. Nemmeno questi scenari così drammatici, in genere, sono sufficienti a indurre la virata che imponga una rotta diversa alla nave della vita. Anche i medici che hanno a cuore i propri pazienti, e che parlano loro apertamente, sono costretti a prendere atto che solo il grido d'aiuto del cuore, sotto forma del dolore dell'infarto, produce una svolta verso una presa di coscienza. Tutti gli avvertimenti precedenti vengono in genere accolti dal paziente come sfide. L'iperteso è abituato, come il suo sangue, a combattere contro gli ostacoli, nell'erronea speranza di riuscire prima o poi a vincere. Dal momento, però, che combatte contro tutto e tutti, tranne che contro la piazzaforte cruciale, una vittoria su questo piano gli è preclusa. 3. Pressione esteriore e interiore II sintomo più importante dell'iperteso è la pressione. Nonostante il paziente per molto tempo non percepisca alcun segno fisico della malattia, le persone che lo circondano la avvertono distintamente nel suo comportamento. L'energia vitale è oppressa dalla tensione e con essa sono oppresse tutte le tematiche connesse alla vitalità, senza che il paziente lo ammetta. Solo chi gli sta accanto sperimenta l'ostinazione nelle sue azioni e non di rado si sente messo con le spalle al muro. Come il flusso ematico accetta la resistenza delle pareti dei vasi sanguigni e fa pressione contro di essi, così il paziente incalza gli ostacoli che incontra sul suo cammino, quasi alla ricerca di avversari nella sua eterna lotta per la sopravvivenza. Non si rende conto però che egli stesso da molto tempo lotta con le spalle al muro, perché si è costruito un muro tutto attorno. Il suo sistema vascolare è diventato una gabbia murata, la forza vitale è costretta in una prigione che egli stesso ha creato. Studi condotti sulla struttura psichica di pazienti ipertesi hanno rivelato che questi tendono a sentirsi prigionieri in casa propria. La casa paterna, la propria famiglia, l'azienda in cui lavorano vengono percepite come gabbie e la vita consiste nell'alternarsi di gabbie diverse. Queste prigioni esteriori vengono sì percepite come tali, anche se in modo indistinto, ma il soggetto non riesce a compiere il passo successivo, non riesce a prendere coscienza di questa deprivazione
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della libertà personale. Così il problema sprofonda nel corpo e, quanto più stretta diventa la prigione, quella del sistema vascolare, tanto più sale la pressione. Nella misura in cui l'indurimento delle pareti dei vasi progredisce a causa delle calcificazioni e l'elasticità viene meno, questa legge fisica ha ripercussioni pressoché immediate. Lo stesso è riscontrabile in ambito sociale. Stipare molti uomini, per esempio nelle carceri, in uno spazio limitato provoca un aumento della pressione arteriosa e una crescente aggressività. Secondo Lynch (1), la pressione arteriosa rispecchia l'armonia tra la persona e il mondo al di là della sua membrana sociale. Se la pressione contro le pareti dei vasi è eccezionalmente elevata, lo sarà anche la pressione a livello sociale. Studi fisiopatologici hanno dimostrato che l'ipertensione può addirittura causare lesioni allo strato più interno della parete dei vasi, l'intima. In modo analogo, in un gruppo di persone stipate in uno spazio angusto, la forte tensione sociale danneggia le strutture dei rapporti umani. Questa potrebbe anche essere una chiave di lettura del rapido aggravarsi del problema. Nelle aree ad alto insediamento urbano della società industrializzata, un numero sempre crescente di persone vive concentrato in uno spazio estremamente limitato, per poi lavorare in immensi open-space e d aver bisogno di passare le vacanze per riprendersi dalle fatiche in residence enormi. I loro cosiddetti appartamenti somigliano a scatole da scarpe in calcestruzzo e li condannano a vivere segregati in uno spazio minimo. Tale politica dell'apartheid misconosciuta ai più, in effetti, consente di costringere tante persone diverse in uno spazio ristretto con l’illusione di pagarlo un prezzo ragionevole eppure a ben guardare un appartamento di 50 mq costa molto di più di 1/3 di uno di 150 mq. Potremmo fare un parallelismo con l'allevamento di bestiame da reddito tragicamente evidente, tanto più che in questo settore i problemi cardiocircolatori sono in aumento e non pochi maiali "moderni" muoiono di infarto miocardico. Sempre più spesso, per aiutarli a sopportare lo stress, vengono loro prescritti psicofarmaci, proprio come agli esseri umani. Non c'è quindi da stupirsi se nelle relazioni sociali e nei vasi sanguigni di uomini trattati alla stregua di animali qualcosa si rattrappisca e si indurisca. Dal momento che l'estrema pressione che interessa la circolazione si ripercuote sul cuore e sul proprio centro, è ovvio che anche tutte le questioni legate a questo ambito siano interessate dalla stessa oppressione. L'elevata competitivita che agisce dall'interno può dare sicuramente impulso al lavoro, ma è del tutto deleteria per l'argomento amore. Questo è vero innanzitutto sul livello corporeo dell'amore, quello della sessualità, in cui una certa pressione fisica è indubbiamente necessaria, mentre la tensione psichica semplicemente impedisce il piacere. Abbiamo già parlato della conseguenza di una simile condizione, ovvero dell'impotenza che insorge gradualmente. Il problema interessa anche il livello dei sentimenti, dove in condizioni di eccessiva pressione è impossibile qualsiasi progresso. Quando però l'oppressione e l'angustia prendono il posto dell'amore e dell'apertura, qualsiasi attività, qualsiasi attestazione di importanza è dominata da quell'atmosfera deprimente e dal vuoto dell'anima tipici dell'ipertensione. Il senso più profondo della vita è letteralmente schiacciato e appiattito. Per avvertire l'avvilimento dell'iperteso bisogna riuscire ad avvicinarlo, ma anche questo non è facile. Esteriormente, infatti, egli continua a mantenere, finché ci riesce, un atteggiamento del tipo "keep smiling". Alla cordialità rivolta verso l'esterno corrisponde l'oppressione interiore e spesso un'ostilità ben controllata verso se stesso e gli altri. Di frequente l'iperteso trascina il suo prossimo nella tipica double-bind situation: egli, cioè, prova sentimenti opposti a quelli che esprime verbalmente. I soggetti più sensibili e i bambini si sentono spiazzati davanti a una simile personalità, non sanno come reagire, qualsiasi tipo di comportamento si rivela sempre sbagliato. Gli animali e gli adulti "normali" fanno meno fatica. I primi reagiscono solo al sentimento sincero, i secondi solo alla comunicazione verbale, non sincera. Nonostante il comportamento dell'iperteso risulti impetuoso, e talvolta addirittura eccentrico, dietro la facciata si nasconde un uomo rigido e sfinito. Il rilassamento, in senso liberatorio, è ormai
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diventato impossibile e subentra, in genere nella sua forma peggiore, vale a dire come depressione, solo in una fase successiva, quando cioè, per un motivo spesso esterno, il paziente prende coscienza dell'assurdità della sua politica del "rullo compressore". Non di rado è la "crisi di mezza età" la circostanza che induce a riconsiderare sotto una luce nuova, meno scintillante, tutto lo stress legato al lavoro, al rendimento, alla concorrenza, l'esecuzione impetuosa sulla tastiera del computer o dell'agenda elettronica e l'impegno ostinato, nonché l'ambizione perentoria. Spesso la pressione arteriosa sfugge al controllo proprio quando il paziente finalmente tiene saldamente le redini di tutte le situazioni esterne. La vita allora gli appare improvvisamente in retrospettiva come una catena di situazioni anguste, in cui egli ha dovuto costantemente controllarsi, dominarsi e frenarsi, riuscendo a volte a trattenersi e contenersi solo a fatica, e nella quale ha tuttavia imbrigliato i propri sentimenti ... ma tutto questo è accaduto solo per riuscire ogni tanto a mettere qualcuno con le spalle al muro, a quel muro contro il quale egli stesso è inchiodato da sempre. A questo punto è chiaro che tutta la pressione esercitata su se stesso e sul mondo esterno alla fine gli ha impedito anche di esprimere le cose che gli stavano realmente a cuore. Improvvisamente l'iperteso è costretto a riconoscere che tutto quanto fatto per impressionare, tutta l'ostinazione, tutta la perentorietà non sono stati altro che un mezzo per evitare di affrontare il problema. Naturalmente, una simile presa di coscienza è opprimente e può gettare nella costernazione. Proprio questa prostrazione, però, è la condizione migliore per attuare la riconciliazione con il proprio modello. Inoltre questo senso di avvilimento è sempre stato più o meno presente, appena sotto la superficie; nonostante il paziente riuscisse a reprimerlo discretamente, esso non poteva certo essere ignorato dalle persone a lui più vicine e rappresenta l'unica condizione che offra una vera via d'uscita dall'impressionante crisi permanente.
Bibliografia consultata (1) J.J. Lynch: Die Sprache des Herzens (La lingua del cuore) (2) Georg Groddeck 1976 La natura guarisce il medico cura. La scoperta della psicosomatica Celuc libri (3) Ruhiger Dalke 2005 Problemi di cuore (4) Graeme J. Taylor 1993 Medicina psicosomatica e psicoanalisi contemporanea Astrolabio (5) Cesare Capone Moderna guida medica Peruzzo editore
10 luglio 2007
Luca dr. Vivaldi
Psicologo ad indirizzo clinico e di comunità - Mental Coach - Formatore Master Pratictional in Programmazione Neuro Linguistica - Ipnosi clinica - Educazione sessuale - Training Autogeno Abilitazioni: Albo degli Psicologi di Trento 281/99 Registro italiano Professionisti di Coaching 352/05 Via Castel Penede, 1 38060- NAGO (TN) riceve a Nago (TN) e Cognola di Trento-38050 cell. +39 (0) 335 83 16 374 mail: luca.vivaldi@alice.it sito web: http://artiemestieri.tn.it/Members/lucav
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