La Depressione
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LA DEPRESSIONE
Luca dr. Vivaldi Psicologo
L’articolo contiene i seguenti paragrafi: La sindrome Depressiva Appendice: Indicazioni di Karen Horney per l’Autoanalisi ---------------------------------------------------------------------------------------------------------QUESTO ARTICOLO È STATO COMPOSTO dal dr. Luca Vivaldi Psicologo e Mental Coach professionale. L’articolo descrive le difficoltà psicologiche e relazionali che si possono presentare nella depressione. L’ARTICOLO PERMETTE DI ACCEDERE CON DISINVOLTURA A CONOSCENZE RIGUARDANTI la Gestione della sintomatologia, della cura della malattia e dell’Emotività.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------La Depressione
Questo male dei nostri giorni colpisce sia gli abitanti della campagna che quelli delle periferie cittadine, affligge i divi della TV e del cinema, le madri di famiglia, i professionisti, i dirigenti chiunque. Bisogna ancora mettersi d'accordo sui mali che provoca. Infatti ognuno di noi tende a chiamare "depressione" molti disturbi psichici che con la depressione in senso stretto non hanno niente a che vedere. Una vera depressione si riconosce per tre caratteristiche principali: • un rallentamento generale dell'attività fisica e mentale; • una tristezza persistente, che resiste anche alle battute dei più grandi comici; • una perdita della gioia di vivere, simile a una specie di anoressia mentale: non si ha più gusto per niente, la "macchina del desiderio" s'è guastata. Si deve, pertanto, evitare di confondere la depressione propriamente detta con il semplice momento di malumore, o con disturbi come l'angoscia o l'ansietà. Nell'arco della nostra vita ognuno di noi vive momenti di tristezza più o meno brevi a seguito di eventi spiacevoli. Poi ci si adatta, si trovano, distrazioni o metodi per compensare attraverso nuovi eventi positivi, affettivi, di supporto sociale e di lavoro soddisfacente, nella depressione invece le cose tendono a non risolversi ed a ripresentarsi tali e quali nel tempo, a volte ad accentuare la criticità nel passare del tempo. Il disturbo depressivo ha un'ampia diffusione nei gruppi umani dove l’alienazione relazionale ha preso il sopravvento e gli aspetti plurimi della malattia depressiva sono spesso anticipati e preceduti da diversi sintomi intermedi e da disagi psichici esistenziali. Sentirsi “giù di corda”, di cattivo umore, stanchi, scoraggiati, oppure subire le fluttuazioni del tono dell'umore e, per alcuni, anche le variazioni maniacali e malinconiche, rientrano nello spettro depressivo. L'ultimo rapporto dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) sulla salute mentale e sulla depressione la prevede in aumento, dal quarto posto al secondo posto, tra le cause di morbilità, preceduta solo dall'ischemia coronarica. Le cause profonde degli stati depressivi ruotano spesso intorno alle perdite di legami con un'infinità di variabili. La cronicità della sindrome impedisce di ritrovare il desiderio di vivere, automotivarsi, sognare, progettare ed agire. Attualmente, il disturbo depressivo viene attribuito al malfunzionamento del cervello inteso nelle sue funzioni di organo o ad una mente sconfitta ed abbandonata, marcata da un pensiero luttuoso privo d'interesse e impotente.
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Di solito all’origine della deviazione in senso malinconico del tono affettivo, sono degli eventi di vita, come la perdita di ruolo (es. pensionamento, abbandono del partner o figlio/a o da parte del proprio genitore), situazioni di fallimento (mancato raggiungimento di un risultato sperato e ambito) o scomparsa di oggetti di attaccamento irrimediabilmente persi (morte del partner o figlio/a o genitore). Il rifiuto di procedere all'elaborazione del lutto e lo sforzo immaginativo volto a mantenere in vita l'oggetto perduto, mantengono a lungo lo stato affettivo negativo, impedendone la possibilità di sostituzione. Ogni fenomeno psichico induce modificazioni della struttura e delle funzioni del cervello il quale, a sua volta, genera cambiamenti psicologici in costante interazione, influenzando la vita del soggetto. Tutti gli eventi negativi di vita stressanti e spiacevoli di particolare gravita producono stati di frustrazione predisponenti alla depressione. Malattie fisiche e assunzione di alcuni farmaci, nonché cambiamenti meteorologici stagionali ed eccessivo sforzo lavorativo, sono altri fattori causali sia di depressione maggiore sia di reazioni distimiche, con totale apatia e perdita di piacere in entrambe. I sentimenti di colpa e di autoannullamento, a volte e se persistenti, possono portare a raggiungere anche la tendenza suicidaria. L'eccessiva autotrascuratezza favorisce, inoltre, l'ammalarsi per negligenza. Le maniere per "venirne fuori" differiscono da caso a caso: la vera depressione è una malattia che necessita di un trattamento medico e uno psicologico in parallelo. Non esitate pertanto a consultare il vostro medico di base, che sarà in grado di prescrivervi una terapia adatta (può essere necessario venga rivista nel tempo). I progressi della farmacologia hanno permesso di mettere a punto dei far-maci antidepressivi molto efficaci che fanno aumentare la serotonina nel cervello, un neurotrasmettitore di cui i depressi hanno spesso grave carenza. Nel campo degli antidepressivi, bisogna stare attenti alle autoprescrizioni. Si tratta, infatti, di farmaci potenti, con molte controindicazioni. Non ricorrete a essi senza una prescrizione medica e leggete il foglietto illustrativo, o fatelo leggere ad un vostro familiare, in modo da tenere d’occhio gli effetti indesiderati e riportarli al medico se necessario. Come regola generale, si eviti l'uso di tranquillanti, che aiutano a combattere l'ansia e l'angoscia, ma non la depressione. I conflitti interiori causati da precedenti eventi esistenziali possono accentuare il peso dello stress, a meno che essi non vengano affrontati amche da una prospettiva psicologica. In uno studio sulla depressione, DiMascio e collaboratori (1979) riscontrarono che i pazienti che ricevevano una combinazione di un antidepressivo triciclico e di una psicoterapia ottenevano una migliore riduzione della sintomatologia rispetto a quelli che ricevevano ciascun trattamento da solo. In un altro studio (van Praag, 1989), la combinazione di antidepressivi e di psicoterapia raggiungeva in maniera significativa migliori risultati rispetto alla sola terapia con antidepressivi. In contrasto con quei pazienti che ricevevano trattamenti combinati, molti di quelli curati soltanto con la terapia farmacologica si lamentavano di non essere riusciti a riacquistare il senso di benessere che avevano prima della malattia. Oltre ai benefici della combinazione tra psicoterapia e farmacoterapia, vi sono diverse altre ragioni che possono indicare l'opportunità di interventi psicologici nel trattamento della depressione. È stato notato che alcuni pazienti depressi non aderiranno alle terapie mediche prescritte, per una varietà di ragioni, compreso il fatto che essi sentono di non essere degni di migliorare e che il prendere le medicine li stigmatizza come malati mentali, per preesistenti condizioni fisiche di interesse medico, con coloro che non possono tollerarne gli effetti collaterali, e con quelli che sono refrattari in parte o del tutto a ogni trattamento somatico. Si deve inoltre ricordare che la depressione abbraccia l'intero spettro della patologia e della salute mentale e può presentarsi in forme più leggere in certi periodi di stress anche in individui fondamentalmente sani. Gli individui con depressione minore che non incontrano i criteri del DSM-IV (American Psychiatric Association, 1994) per un episodio depressivo maggiore o per una distimia, vivono un maggior numero di giorni di disagio nella società rispetto a quelli con depressione maggiore (Broadhead et al., 1990), dal canto loro però i medici forniscono più assistenza agli individui con sintomatologia depressiva rispetto a quelli definiti formalmente disturbi depressivi (Johnson et al., 1992). Ne deriva quindi che, quando queste forme medie di depressione non possiedono i criteri del DSM-IV per essere classificate come disturbi maggiori, esse non sono necessariamente benigne. La terapia farmacologica è spesso inefficace nella depressione minore, e questi pazienti possono aver bisogno della cura psicologica per essere restituiti a un funzionamento normale. La valutazione di una patologia depressiva è basata sulla gravita e sulla durata prolungata della condizione morbosa, che ostacola lo svolgimento delle normali attività di vita. In alcuni casi gravi, l'utilizzo degli psicofarmaci non va demonizzato e l'approccio dell'accoppiamento farmaco e intervento psicologico ha dato i migliori risultati velocizzando anche gli esiti. I farmaci moderni più usati sono gli SNRI (Inibitori della ricaptazione di serotomina e noradrenalina) o i RIMA (Inibitori reversibili delle monoamìnossidasi).
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Una legittima riserva è d'obbligo rispetto al mercato planetario degli psicofarmaci che ha subordinato la ricerca scientifica al business della produzione industriale delle multinazionali. La prova nasce dal placebo. Di fronte alla convinzione di ricevere un'antidepressivo la corteccia cerebrale prefrontale reagisce con modificazioni importanti dell'attività elettrica dove avviene la regolazione dell'umore. Addirittura, in alcune persone, il placebo da risultati superiori ai farmaci stessi. La depressione dipende sempre da una varietà di cause, al tempo stesso biologiche e psicologiche. Gli squilibri chimici nel cervello non spiegano tutto. L'ereditarietà genetica del malato, la sua storia personale (in particolare la sua prima infanzia), il suo ambiente sociale hanno tutti un ruolo importante. Ecco perché è indispensabile che il trattamento farmacologico dei depressi sia coadiuvato da una cura psicologica. Gli psicanalisti, i comportamentisti, gli esperti di bioenergia, gli psichiatri e molti altri specialisti possono aiutare i depressi. Badate bene anche coloro che si occupano di allenare il corpo a competere aiutano a gestire la depressione, aiutano lavorando sul corpo del depresso. Spesso tale allenamento non ha alcun effetto sulla mente e pertanto possiamo trovare sportivi che non possono più stare senza fare allenamento, pena incontrare la loro depressione mai risolta. La cosa più importante è che la terapia aiuti il paziente a riacquistare la fiducia in se stesso, a ritrovarsi, a riordinare i suoi rapporti con chi gli sta attorno, a “rifare il punto della sua situazione”. Il metodo -al limite- non ha molta importanza, "importanti sono invece le qualità del clinico" consultato e quindi il rapporto che si riuscirà ad instaurare con lui. Nella cura della depressione le autoterapie possono svolgere un ruolo non centrale, ma di utile complemento: il dialogo con il clinico si fa indispensabile quando il disturbo aumenta di intensità.
Le tecniche per il trattamento della depressione varieranno a seconda delle preferenze personali e della gravita dello stato. Si può cominciare con gli esercizi di autoanalisi (vedi appendice). La depressione esprime, in realtà, i conflitti inconsci e spesso una collera repressa, che viene ritorta contro se stessi. Per esempio ogni sera prima di coricarsi il depresso potrebbe chiedersi "perché sono malato?". Lasciando che vengano le associazioni di idee e senza perdere di vista la domanda che si è fatto. Si può identificare il problema con il cuore di un fiore, e ogni libera associazione con un petalo. La respirazione, la concentrazione, la visualizzazione, il rilassamento, la terapia dei colori possono essere utili. Portate abiti di colori caldi e tonificanti: giallo, arancione, rosso. Anche alcune regole d'igiene personale possono essere utili. Contro la depressione è bene mangiare sano, correre, fare dello sport ecc. Ripetiamo: questi diversi metodi non possono sostituire un trattamento medico della depressione, ma ne sono un complemento, un utile prolungamento. Per contro, se non si soffre di una vera e propria depressione, ma di un semplice momento depressivo (che può comunque avvelenare l'esistenza), le autoterapie possono spesso costituire un aiuto determinante. Ma se si nutrono dubbi sulla gravita dello stato, è bene consultare il il medico curante. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è diventata il trattamento di elezione più efficace per la depressione, dato emerso dalla ricerca sui trattamenti validati e supportati empiricamente. Va, comunque, tenuto sempre conto della buona compatibilita e dell'aderenza al trattamento sia nell'assunzione del farmaco sia nell'alleanza collaborativa con il clinico. I primi risultati del trattamento emergono entro un mese dall'inizio della cura, che non va interrotta o sospesa bruscamente, pena il rischio della ricaduta. Lo scalaggio farmacologico va rinforzato con la cura psichica per modificare le convinzioni centrali disfunzionali e assumerne di nuove con nuovi comportamenti. La volontà di guarire è fondamentale per recuperare la speranza e l'autostìma e per sviluppare nuove competenze relazionali socializzanti. La rieducazione pedagogica dei pensieri distorti e i compiti suggeriti dal clinico, facilitano l'uscita dal tunnel e prevengono le ricadute. Prima di concludere questo articolo un accenno al suicidio è necessario dato che circa il 70% dei suicidi sono in qualche modo in relazione con stati depressivi. I temperamenti delle personalità a rischio depressivo hanno tratti passivi, introversi, preoccupati, ipercritici, tendenti a rimuginare e autorimproverarsi. Un insieme di vulnerabilità cognitive circa la lettura degli eventi di vita e la mancanza di risposte adeguate nel procedere, sono fattori predisponenti.
Appendice : Indicazioni di Karen Horney per l’Autoanalisi
Karen Horney, una famosa psicanalista americana, parte dal presupposto (difficile sia da dimostrare che da smentire) secondo il quale "noi conosciamo noi stessi meglio di quanto possa fare qualsiasi altro estraneo". La psicanalista americana, tuttavia, non considera
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questa tecnica come una panacea, cosa del resto valida anche per la psicanalisi "normale". Negli anni trenta Karen Horney, s'è ricollegata all'analisi di Freud per gettare le basi dell'autoanalisi. Nel suo volumetto L'autoanalisi, Karen Horney fissa tre obiettivi principali:
• esprimersi "il più completamente e francamente" possibile; • "prendere coscienza delle proprie pulsioni incon-sce e della loro influenza sulla vita personale"; • "acquisire la facoltà di cambiare gli atteggiamenti che ostacolano i rapporti con se stessi e con il mondo esterno".
L'autoanalisi privilegia in modo particolare due tecniche d'indagine personale: • l'interpretazione dei sogni rimane per Karen Horney, come per Freud, la "via regale" - ma non l'unica via - per ottenere una miglior conoscenza di se stessi. Bisogna stare attenti al fatto che "anche un sogno semplicissimo può avere diverse interpretazioni". Per Karen Horney, i "sogni non offrono una immagine fotografica, statica dei sentimenti e delle opinioni, ma sono, prima di tutto, un'espressione delle tendenze (...) Sono l'effetto di forze emozionali più che la rappresentazione dei fatti". Non si può dunque "capire un sogno senza averlo collegato allo stimolo che l'ha realmente provocato"; • le associazioni libere, che ci permettono di comprendere meglio il significato dei nostri disturbi emozionali. "Le osservazioni, le associazioni e i quesiti che pongono costituiscono la materia prima" dell'autoanalisi, scrive Karen Horney, che sottolinea anche: "Associare liberamente è difficile per tutti. Questo procedimento non contrasta solo con le nostre abitudini di comunicazione e con la buona educazione, ma comportano delle difficoltà. L'interpretazione dei sogni e il ricorso alle libere associazioni incontrano tuttavia molte resistenze. Qui sta il principale limite dell'autoanalisi. Tuttavia, Karen Horney s'adopera per delimitare il problema, proponendo un certo numero di precauzioni atte ad assicurare il successo dell'autoanalisi: • la continuità dello sforzo. Per Karen Horney, "la regolarità del lavoro non è un fine in se stesso, ma piuttosto un mezzo che favorisce il duplice scopo di salvaguardare la continuità e di combattere le resistenze". Non si tratta, però, di cadere nell'obbligo di orari rigidi; • la messa in conto non solo dei momenti di crisi, ma anche dei differenti elementi del nostro comportamento quotidiano: "Dovete cogliere tutte le occasioni per familiarizzarvi col vostro essere"; • il desiderio di una massima onestà verso se stessi. Tuttavia Karen Horney riconosce con grande buon senso che "esiste chiaramente una differenza tra la volontà e la capacità d'essere onesti". L'onestà non si comanda! • la priorità della vita in rapporto all'analisi. Particolarmente in certi periodi (lavoro personale, lotta contro determinate difficoltà esterne, ricerca e perseguimento di un rapporto affettivo), “il semplice processo vitale è più importante dell’analisi e contribuisce al suo sviluppo”. Ci sono dei limiti per l’autoanalisi: essa è una tecnica per le nevrosi leggere, chiunque soffra di disturbi gravi dovrebbe consultare un professionista prima di avventurarsi nell’autanalisi. Gli eccessi dell'autoanalisi, specie quando essa si ostina a interpretare in chiave freudiana dei fatti volgari e/o inspiegabili sono risibili. Tenuto conto di questi limiti, si può a ragione applicare l'autoanalisi a tre tipi di situazioni: • a complemento di un'analisi normale. È spesso utile fare un lavoro su se stessi negli intervalli fra una seduta e l'altra dallo psicanalista -cologo -terapeuta, però stando attenti a non cadere nelle interpretazioni errate e a non rifugiarsi negli alibi; • a prolungamento di una psicanalisi momentaneamente o definitivamente terminata (vacanze prolungate, fine della cura ecc.). La maggior parte degli analizzati fanno comunque dell'autoanalisi inconsapevole, una volta conclusa la loro terapia psicanalitica; • la ricerca di una miglior conoscenza di se stessi per quelle persone che non hanno (in apparenza!) problemi psicologici gravi. In questo caso, l'autoanalisi può favorire la soluzione di alcuni conflitti e lo sviluppo della personalità. Ma sarebbe senz’altro opportuno mantenere un rapporto con una guida più o meno presente. Per definizione, è difficile valutare da soli il proprio stato di salute psichica (tanto più che in questo campo non esiste alcuna norma "oggettiva"!). Per concludere, contrariamente a Freud, Karen Horney crede nella posibilità dell’uomo di migliorare se stesso da solo. Come diceva il dottor Knock: "La salute è una condizione precaria che non presagisce nulla di buono". Tuttavia, questo non deve dissuadere dall'intraprendere la vostra autoanalisi.
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Bibliografia consultata
Jaqueline B. Pearsons Joan Davidson, Michael A. Thompkins Depressione terapia cognitivo comportamentale 2002 sovera Laurent Samuel Come risolvere da soli problemi psicologici 1993 Sonzogno Karen Horney L'autoanalisi Glen O. Gabbard Psichiatria Psicodinamica 1995 Cortina
L’articolo è collegato ai seguenti scritti del proponente: Training autogeno nei disturbi psicosomatici Ipnosi clinica e cura psichica
10 agosto 2007
Luca dr. Vivaldi
Psicologo ad indirizzo clinico e di comunità - Mental Coach - Formatore Master Pratictional in Programmazione Neuro Linguistica - Ipnosi clinica - Educazione sessuale - Training Autogeno Abilitazioni: Albo degli Psicologi di Trento 281/99 Registro italiano Professionisti di Coaching 352/05 Via Castel Penede, 5 NAGO 38069- NAGO TORBOLE (TN) riceve a Nago (TN) e Cognola di Trento-38050 cell. +39 (0) 335 83 16 374 mail: luca.vivaldi@gmail sito web: http://artiemestieri.tn.it/Members/lucav
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