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Attività del tempo libero: creative, ri-generanti e strutturanti oppure distruttive, costrittive, compulsive, depauperanti, perverse, pervasive?
a cura di dr.
Luca Vivaldi Psicologo e Mental Coach
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Sembra una domanda semplice quella del titolo, ma forse non è facile a tutti rispondere. Si badi, il tempo libero è il tempo che non è impegnato in un lavoro (=è tempo vincolato). Il tempo libero è il tempo che si può considerare essere disponibile per se e per il proprio esistere e quindi di solito è abbastanza alimentato dal proprio piacere, di solito è il tempo che rimane gestibile sotto la propria discrezionalità. Oggi molte persone hanno difficoltà a trovare una risposta soddisfacente a questa domanda e in particolare una risposta di cui poi sentirsi fieri. Lo “sport” più in voga praticato durante il tempo libero sembra essere lo shopping, che -in alcune forme- si arriva a definire compulsivo: cioè qualcosa di imperativo e che non è controllato dalla mente del soggetto che dovrebbe progettare le azioni. Nonostante la crisi gli ipermercati (i mercatini Natalizi, le fiere) sono affollatissimi, mentre prima della crisi un affollamento di tale dimensione, pare non ci fosse. Che sia allora un bisogno di comunione mi pare poco plausibile, che sia forse il bisogno di restare in luoghi affollati, molto colorati e rumorosi con tutte le cose più desiderabili? Possiamo notare che la tv ci propina spesso messaggi a periodi alterni: 1. per un periodo manda in onda messaggi sulla crisi, poi invita a non ridurre i consumi, e di fare acquisti: esorta a sostenere il mercato; 2. nel periodo seguente ci fa vedere e sentire interviste di persone che si sono indebitate eccessivamente, altre che non arrivano al fine mese per le rate da pagare, ecc. 3. in seguito ci mostrano commercianti a cui è andata meglio delle attese, meglio di quanto speravano, meglio dell’anno precedente: non hanno visto crisi.
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Forse per alcuni è normale quanto sopra, ma i contenuti dei messaggi nei punti 1, 2 e 3 sono incongruenti. Nel senso che non c’è una coerenza, sono concilianti solo a partire dalla considerazione che a parlare sono diverse voci che descrivono panorami diversi ed ogni proposta si esprime e fa riferimento ad un diverso contesto e a premesse che non sono sovrapponibili ne peraltro emergono. E cosa scatta nel cervello quando compare l’incongruenza? Accade che compare il dolore o l’iperattivismo, si fa’ allora tutto e il contrario di tutto. Quando c’è l’incongruenza nel cervello meno evoluto scatta … l’iperattività ! Sempre più persone sono in difficoltà non tanto a stare al passo con le spese che hanno sostenute, ma a progettarsi un futuro che vada oltre a domani l’altro, a progettarsi uno sviluppo di vita proprio al di fuori del citato “sport” attorno al quale “deve ruotare l’economia”, si badi che si tratta di uno “sport” –l’acquisto- il quale non sostiene mìnimamente il corpo di chi lo pratica, e -solo se fatto con sani criteri- può rappresentare un qualche allenamento per la mente.
Agli inizi del 2009 la pubblicazione dell’esito della ricerca sulla qualità della vita di 103 province italiane realizzata da ItaliaOggi in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma fa emergere che le province più ricche sono anche le province che accusano maggiore carenze nella percezione di benessere personale e soggettivo, tale segnalazione è l’equivalente di dire “chi stà meglio, è anche chi stà peggio”. Le province meridionali che invece accusano una maggiore carenza nell’ambito del benessere materiale hanno una maggiore percezione di benessere personale e soggettivo e si piazzano nelle posizioni di testa della classifica di uno degli 8 indicatori principali “Disagio sociale e personale”.(dove Bolzano si trova in fondo, alla 94°, Cremona la 74°, Belluno la 58°, Brescia occupa la 55°, Trento la 53°, Vicenza la 45° e Verona la 34°). Ci sono altri indicatori delle difficoltà e del disagio di vivere nelle regioni economicamente più agiate (la percentuale dei matrimoni che si concludono entro i due anni (il lettore troverà alcuni dati di seguito), la riduzione delle nascite, la difficoltà dei giovani a trovare un inserimento soddisfacente. Più di recente, e siamo a metà 2010 si legge che "In Europa un lavoratore su tre dichiara di soffrire di stress sul lavoro e si calcola che lo stress sia causa di più del 50% dei giorni lavorativi persi" da un lato si sente RIproporre la norma che imporrebbe alle aziende di dotarsi di personale specializzato per valutare lo stress lavoro correlato nell’ambito dei luoghi di lavoro, ciò per affrontarlo lo stress. Il d.lgs. 81/2008 tratta proprio questo tema, dall’altra c’è stata una prima deroga di 12 mesi nel 2009 ed a luglio 2010 c’è già la seconda deroga di 12 mesi per gli Enti pubblici, e la disponibilità di studi tecnici che si vorrebbero occupare della rilevazione dello stress al costo di circa 12 euro a dipendente (???). Nel panorama lavorativo non è difficile trovare gruppi di lavoro che funzionano con le stesse modalità di eserciti o di lager (cito tali termini in analogia con i contenuti di un’illuminante Viktor E. Frankl, in bibliografia un testo di cui consiglio la lettura a chi si trova in situazioni di stress o mobbing); “organismi di lavoro” in cui si gioca, al loro interno, l’arma del terrore e della disperazione per governare o per superare le difficoltà. In questi ambienti (il riferimento è ad aziende private o pubbliche, ad istituzioni … comunque organismi malati e patologizzanti, metaforicamente funzionano al pari delle cellule
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cancerose in un organismo, o dei genitori psicotici con i loro bambini piccoli!) le pressioni sul personale hanno lo scopo di costringere il personale a saltare di aderire alle regole vigenti, ed “orientarli” a fare ciò che c’è da fare in quel frangente, naturalmente prendendosi tutte le tue responsabilità per il fatto di fare ciò che fanno e, connesso a ciò, anche le responsabilità di non ottemperare a ciò che sarebbe stato prescritto dalle leggiregolamenti-procedure ecc.. Si tratta di creare un conflitto interno nel lavoratore, un pesante fardello che lo espone a responsabilità civili e penali, a seconda di casi e contesti: taluni per cavarsela lasciano il lavoro, altri rimbecilliscono, altri si iscrivono al sindacato. Dall’altra si sente al tg4 delle 20 del 29/7/2010 che tra i lavori di cui c’è bisogno ci sono gli infermieri, gli educatori, gli sviluppatori di software e gli ausiliari, così l’intervistato invita le giovani generazioni a formarsi per fare ciò che serve e pare assicurare lo sbocco lavorativo. Fuori dalla notizia si sa che il personale infermieristico è ad alto rischio di burnout (una patologia da stress elevato) così come il personale ausiliario e gli educatori, si sa’ che sono categorie in cui c’è un ampio livello di dissenso da contenere e questo genera necessità di ricambio del personale; c’è lavoro in quelle categorie? Può darsi però di recente tale personale in molte organizzazioni è stato ridotto a metà, mentre il numero degli assistiti è rimasto invariato così come i compiti da svolgere, e queste persone vengono riprese sia dagli assistiti perché lavorano troppo velocemente senza seguire i criteri della relazione d’aiuto, e dall’altra dai responsabili perché non si dedicano secondo professionalità alle cure di loro competenza. Questi organizzazioni del lavoro producono un gran quantitativo di “scarti” umani (del lavoro) che in breve tempo richiedono di venire sostituiti, lasciando al malcapitato la responsabilità ed i costi del risanarsi e rinnovarsi, questo è sotto gli occhi di tutti, ma i problemi per alcuni sono solo quelli di altro genere! Per alcuni l’unico problema, è il potere sugli altri, e questo di solito protegge l’individuo dai pericoli che percepisce nella relazione con l’altro. Agli scarti materiali della produzione industriale viene dato maggiore controllo. Che la vita nel terzo millennio non è una passeggiata come non lo è stata nel 2° appare chiaramente, se poi questi esempi siano la nuova forma delle “guerre”, è solo ipotizzabile. Spesso le guerre sono citate dalle generazione precedenti come invito ad apprezzare ciò che c’è ora, in altri casi –più penosi direi- vengono usate a motivo di indurre in abnegazione. Se siano le nuove guerre non è compito mio affermarlo, ci penserà la storia, ma di certo quello che deve fare un individuo che si affaccia al mondo nel 2010, non è una passeggiata, come a volte si sente dire. Anche nel secondo millennio, una vita non è cosa facile, ne scontata! Forse ad una prima occhiata superficiale è vero, si tratta di un vivere “oggettivamente meno rischioso” rispetto a quello dei secoli passati, ma non è garantito affatto il raggiungimento di un soddisfacente livello soggettivo di qualità della vita: qualcosa è cambiato è evidente, ma si può dire che è avvenuto anche in peggio. La possibilità di evolvere per un adolescente è garantita all’interno di certi ambienti Istituzionali, dopodiché … (si vive di più certo, ma si è spesso dipendenti da droghe, aiuti, sostegni familiari … politici, da cure, farmaci, ecc.). Faccio alcuni esempi: anche ora come in passato, esiste la possibilità della morte, e della malattia, della sofferenza, ora queste possono essere dovute a degli incidenti in strada o sul lavoro o per delle bravate veramente eccessive tra gruppi “mal educati”, per non dire “idioti”. Altre volte si tratta di una morte più sottile, più psichica (si chiama disagio o sofferenza mentale, depressione, schizofrenia, tossicodipendenza, emarginazione dalla società o dai gruppi, maltrattamento, eccessi). L’uso smodato di sostanze (alcool, droghe, farmaci, alimenti) non è forse l’equivalente di un suicidio? Luca dr. Vivaldi cell. +39 (0) 335 83 16 374 mail: luca.vivaldi@gmail.com 3
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Di solito c’è un soggetto che non vuol vedere ciò che c’è nella sua realtà, non accetta ciò che è divenuto, non accetta ciò che si è saputo costruire. Questo soggetto vuole allora procurarsi artificialmente qualcos’altro in cui credere, spesso, inconsapevolmente, fa ciò a suo danno, perché di solito non ha un gran futuro. Ma il non vedere un futuro degno di essere vissuto, era lo stesso motivo che l’aveva indotto ad iniziare ad assumere la sostanza. Ma nel frattempo qualcosa è cambiato: con l’abuso di droga ha compromesso le sue potenzialità, spesso anche i suoi rapporti, a volte si ritrova con debiti e grane con la giustizia, alcuni casi periscono per overdose, avvelenamento, intossicazione.
Possiamo anche tirare parallelismi con le scelte più decisive o importanti per sé, ma il risultato non cambia, mi riferisco alle scelte che riguardano i legami affettivi, alcuni dei quali non si sciolgono mai (mi riferisco qui ai legami biologici). Osservando statisticamente gli ultimi 3 decenni, in Italia il numero delle separazioni aumenta del 300%, passando da 19 mila nel 1975 (pari a 5,1 ogni 100 matrimoni), a oltre 83 mila nel 2004 (33,2 ogni 100 matrimoni); analoga è la situazione dei divorzi: da 10,6 mila nel 1975 (2,8 ogni 100 matrimoni) a oltre 45,1 mila nel 2004 (18 ogni 100 matrimoni). Complessivamente nel 2004 si contano oltre 128 mila separazioni e divorzi (rispettivamente 83.179 e 45.097), cioè 352 sentenze al giorno, pari a circa una ogni 4 minuti. Confrontando i due dati nel corso del 2004, emerge che mentre 100 coppie si sposano, complessivamente altre 51,2 si separano (33,2) o divorziano (18); nel solo Nord il numero delle separazioni e dei divorzi ogni 100 matrimoni celebrati sale a 70, scendendo a 56,1 nelle regioni del Centro e raggiungendo il valore più basso al Sud (29,8). A livello regionale i valori più elevati si rilevano in Liguria (con 91,2 separazioni e divorzi ogni 100 matrimoni celebrati) e in Valle d’Aosta (85,3); particolarmente consistenti anche i valori del Piemonte (78 separazioni e divorzi ogni 100 matrimoni), Friuli (74,7), Emilia Romagna (73,9), Lombardia (70,5), Trentino (63,7) e Toscana (61,6); sul fronte opposto, i valori inferiori si rilevano in Calabria (24), Basilicata (24,5), Campania (24,8), Puglia (29,6) e Sicilia (32,1). In termini assoluti il maggior numero di separazioni e di divorzi si conta in Lombardia (con 15.976 separazioni e 8.652 divorzi nel 2004), seguita dal Lazio (10.153 separazioni e 5.168 divorzi), mentre il valore più basso si rileva nel Molise (320 separazioni e 153 divorzi). Da questi dati alcune considerazioni emergono e cioè sembra emergere uno stile: scelte superficiali, poco consapevoli e poco durature. Che sia la conoscenza di sé e di ciò che si vuole, ad essere carente e quindi necessaria? Che sia l’incapacità di cogliere ciò che è essenziale da ciò che non lo è? Che sia un certo atteggiamento irrazionale a predominare? O antievolutivo?
Oggi in periodo di elevata disoccupazione il tempo libero pare esserci in abbondanza, ma emerge che da quel tempo libero non deriva soddisfazione. Il tempo libero di cui ognuno può disporre, non arriva a soddisfare le aspettative. Accade così che sopraggiunge la sensazione di non appagamento e la persona si sente scontenta per la mancata efficacia di ciò che fa’ nel soddisfare le proprie aspettative le sue aspirazioni.
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Se non c’è rispondenza al proprio gusto, alle proprie esigenze e ai propri intimi bisogni o o o o non si è soddisfatti di sé non si arriva a mostrare compiacimento per ciò che si è, non arriva la soddisfazione per ciò che si fa, non si crede in ciò che si sta costruendo.
Nel caso di persone più attempate non è raro il caso di individui che non sono soddisfatti di ciò che hanno raggiunto, e per questo non riescono ne’ a fermarsi ne’ a premiarsi. Fanno molte cose certo, “si prestano a molti giochi” ma non arrivano al gradimento, alla compiacenza per il carattere pienamente rispondente e positivo o favorevole di ciò che hanno saputo fare o ottenuto. In termini più personali ciò che manca è un elemento fondamentale: la capacità di sentire soddisfazione in se. In ultima analisi a mancare è una opportuna ricerca di sé e dei caratteri che dovrebbe assumere un atto affinché contribuisca alla soddisfazione e al sostegno dell’identità personale, matura o meno che sia. Faccio un esempio per evidenziare ciò che può non apparire a sufficienza: una coppia genera dei figli (si badi non glielo impone nessuno, ne di diventare coppia ne di generare) e non riesce ad essere soddisfatta ne di sé, ne di ciò che ha creato, oppure –e sarebbe peggio ancora- non è soddisfatta di ciò che il figlio è divenuto, e lo continua a criticare e annullare nei suoi intenti (come essere separato più o meno autonomo, nella sua visione della vita, nei propri valori, con i propri principi, i suoi interessi, i suoi comportamenti diversi da quelli dei genitori che lo anno creato allevato ecc). Forse , quanto sopra, non a tutti appare come un paradosso. La coppia dell’esempio precedente ha generato un umano, lo ha accudito per anni ma non è mai riuscita a farlo suo nel senso di accettare il figlio per quello che era ed è diventato. E ora non riesce a riconoscere il prodotto dei propri investimenti. Probabilmente questi genitori sono andati sempre avanti, nonostante tutto, e si ritrovano con nulla in cui identificarsi, nulla per cui prendersela, se non un immagine superficiale di proprietà (del figlio), che comunque viene da loro criticata nella forma concreta. Andare avanti solo per andare avanti senza avere una direzione, non ha un gran valore, perché si rischia di accorgersi, molto dopo, di aver gettato tempo e risorse. E per i piccoli in crescita questa situazione vuota risulta insostenibile e genera molta sofferenza. Volete sapere quanti sono ad avere una sensazione di disfatta in relazione ai figli? Per fortuna non molti, ma nel mio lavoro svolto all’interno delle Istituzioni Pubbliche (Tribunale per i minori e la famiglia, Scuole Residenze per anziani), mi è capitato di incontrare molte persone insoddisfatte ad un livello meno esasperato di quello citato nell’esempio. Alcune ne erano consapevoli e cercavano soluzioni, altre non lo erano e accusavano altri dei disagi da loro patiti (… e da loro stessi creati).
Oggi al tempo libero manca qualcosa. Dai casi da me osservati posso trarre delle considerazioni e dire che da un lato iniziano a mancare delle capacità, e dall’altro è come se
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venisse a mancare il legame tra ciò che si fa’ e le profonde dimensioni della personalità. Accade allora che ciò che si fa’ nel tempo libero diventa un ripiego, un compromesso per raggiungere qualcosa che può sembrare utile, ma non è intrinsecamente utile anche per il sé. Il caso di una ragazza che voleva avere un sé diverso da quello che possedeva:
Quando sotto sotto c’è la ricerca angosciosa di divenire Altro da Sé Estratto da un caso clinico Venne da me Gaia (il nome è stato cambiato) una esile e longilinea ragazza che definirei essere nella tarda adolescenza, ragazza curata e ricercata negli accessori, venne a consulto nel mio studio affinché potessi esprimermi, nel senso di avvalorare il suo disegno di intervento di chirurgia estetica, che molti attorno a lei o non condividevano o osteggiavano apertamente. Gaia notava l'opportunità di intervenire su diversi tratti e parti del suo corpo, tratti che non riporto. Più che la specifica domanda, mi incuriosivano, le diverse aree dell’intervento che lasciavano pensare più ad un restyling o rimodellamento che ad un intervento di correzione. Mi incuriosiva perché avendo un’amica il cui marito è chirurgo plastico, mi sono dovuto confrontare diverse volte con chi desidera “avere il corpo alla perfezione”. Ma torniamo a Gaia, Gaia mi disse che il medico non era d'accordo con lei. Il medico poteva essere d’accordo con lei su una piccola parte degli interventi, in quanto -da un punto di vista fisico-medico- tutti quanti insieme li riteneva fisicamente troppo impegnativi e stressanti. Aggiunse che se uno psicologo lo avesse rassicurato si sarebbe assunto la responsabilità di lasciarla procedere. Le dissi subito che non ero in grado di valutare in quella sede quanto la cliente mi stava chiedendo ma sottolineai che a prima vista: «mi sembra più un disegno trasformativo, che di correzione di alcuni tratti evidentemente eccessivi, inoltre non notavo ancora delle precise dinamiche interne che rendessero tale sua scelta una scelta risolutiva. Aggiunsi che in quel momento avevo invece la netta impressione che lei desiderasse diventare un'altra persona!» Gaia rispose «Lei ha proprio capito bene, desidero diventare un'altra donna... è inutile che mi comperi continuamente nuovi vestiti, che corra dal parrucchiere per cambiar pettinatura o colore, è stato inutile cambiare l’auto, che abbia cambiato il lavoro, o che voglia cambiare il partner … Tutto cambia così in fretta fuori ... Io non sto più bene in me stessa e devo cambiare completamente, non voglio ritrovarmi al mattino con questa mia immagine, né questi fianchi, ne queste braccia, né queste gambe, né questi seni... io voglio cambiare!». La incontrai altre volte durante le quali emerse con più chiarezza la sua ricerca disperata di un senso di Sé, di un identità, di valori personali in cui credere, di un disegno personale per cui impegnarsi e sentirsi soddisfatta. Gaia invece rincorreva il tentativo disperato di mantenersi al passo, “aggiornando la sua pelle” dove poteva (abbigliamento, accessori, e ora i connotati). Ma era chiaro che non aveva imparato a dare un gran valore e l’opportuna considerazione all’unità mente-corpo di se stessa. Il bisogno compulsivo di stare alla moda, comperando abiti e cambiando oggetti equivaleva al bisogno di sentire di stare dentro all'abito giusto, il vedersi notata e ammirata lungamente quando passava per le vie e la piazza le procurava un'identità stabile, forte e indiscutibile (ma era posticcia priva di tenuta nel tempo, richiedeva continue conferme e rinnovi). Si noti che ciò era esattamente ciò di cui lei aveva bisogno, e quindi proprio questa richiesta di conferme dall’esterno evidenziava ciò di cui lei era carente: la definirei genericamente: identità. La risposta che Gaia aveva dato al suo bisogno era quella di comprare per se ciò che le serviva, ma tale atteggiamento le procurava sollievo dai bisogni solo per un po’, e non la sosteneva nel medio periodo, infatti dopo un periodo di acquisti continui si era decisa a cambiare immagine, l’acquisto (…compulsivo) l’aveva stancata e forse anche spazientita, ma attivava schemi di pensiero e di comportamento sempre uguali solo erano divenuti più aggressivi. La direzione era però sbagliata! Gaia mi raccontò che era stata adottata dalla nascita e non aveva mai conosciuto i suoi genitori. Mi descrisse i familiari adottivi come brave persone, indicandomi la sua profonda ingenua solitudine e il vuoto incontenibile che aveva vissuto. Soltanto con la nonna materna aveva stabilito un rapporto accettabile. Una volta, durante uno di questi colloqui le dissi: «Penso sia inutile che lei cerchi questa famiglia originaria ora, noi non sappiamo cosa sia successo quando lei è nata, per quali ragioni i genitori biologici non siano stati con lei; ciò potrebbe essere stato causato da infinite ragioni che non è dato di sapere. Non cercherei nemmeno di coprire il suo senso di vuoto con i vestiti, o con i diversi accessori, tanto meno cambiando connotati fisici, o partner: le consiglio invece di dedicare un po’ di tempo a cercare sé stessa e cosa le interessa per sé, e in sé, indipendentemente da ciò che le stà di fuori e che … cambia continuamente! Le consiglio di concedersi un po' di tregua, un po’ di tempo prima di pensare al bisturi, anche perché non è poi così facile tornare indietro se qualcosa non la dovesse soddisfare. Nel sentire la storia di Gaia mi veniva in mente un altro caso, quello di una ragazza 30 enne (che chiamerò Betti) con un figlio e separata che viveva in un grande appartamento del centro di una città dell’industrioso nord Italia. Tale appartamento aveva una stanza del bimbo molto grande con arredi nuovi e colorati una stanza che conteneva tanti giochi contenuti in una enorme cesta tutti ammucchiati. La signora si lamentava dell’insoddisfazione del suo bimbo per i giochi e per la sua casa. Ma ciò che più mi interessa riportare in questa citazione è che dopo un intervento simile a quello prospettato da Gaia, Betti venne accompagnata a casa dolorante da un amico appena
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conosciuto, e doveva rimanere chiusa in casa per alcuni giorni, con obbligo di restare a letto date le tante lacerazioni subite, ma Betti non aveva previsto come soddisfare i suoi elementari bisogni, e in quel frangente, le arrivavano telefonate dai clienti del suo lavoro, e si lamentava dei chirurghi per non avere fatto un buon lavoro ed averla trattata senza rispettare le norme e senza rispettare i suoi desideri, lamentava inoltre timori che l’ex marito avrebbe potuto telefonargli e disturbarla con le sue lamentele e critiche. Una gran fretta una enorme carenza nel riconoscimento dei propri bisogni e necessità … un gran caos … sotto le pretese di ordine e le lamentele. Tornando al caso di Gaia le segnalai pertanto che secondo me era più importante che lei non cercasse di danneggiarsi, né che compisse “atti di autolesionismo” nel modificare troppo i tratti del suo corpo ora ... invece le proposi l’eventualità di un percorso per chiarire meglio ciò che sarebbe più opportuno per se, cosa dovrebbe iniziare a cercare per “stare meglio in se stessa” e non solo per stare meglio “a partire dagli altri”».
A volte ciò che serve è proprio l’elaborare un senso per le cose che accadono, quelle a cui si dedicano delle risorse, o alle cose che si vogliono, e questo senso, è un operazione di costruzione che riesce ad allineare: 1. ciò che in fondo in fondo uno è, 2. ciò che stà divenendo 3. la sua storia.
Oltre alle persone care, a quelle significative, all’esperienza, allo Psichiatra, all’Assistente Sociale e ai gruppi di sostegno, lo Psicologo e il Personal Life Coach possono divenire un aiuto importante nella cura o nel superamento dei disagi legati a comportamenti esagerati ed impulsivi quali dispersione del tempo e delle proprie risorse, shopping, abuso di sostanze, dipendenze (da farmaci, dal web, dal sesso, dal lavoro, da cibo) ecc. Tra le risorse professionali disponibili, vanno scelte quelle più adatte, valutandole in base: • • • • • • al livello di perdita di controllo su sé stessi, al livello di disagio/sofferenza patiti, alle aspettative sull’esito, alle modalità di intervento o approccio, alle risorse disponibili (famigliari, relazionali, finanziarie ecc) al livello di compromissione della personalità del richiedente.
Di seguito c’è un questionario ed uno schema di sintesi che permettono al lettore di scandagliare il suo stile in due aree:
1.
2.
il modo di spendere
l’investimento del suo tempo libero.
Si tratta di materiali per l’autovalutazione che può generare proficue riflessioni, ma non è esaustivo.
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Questionario: il mio modo di spendere
Andate sempre o spesso a fare acquisti da soli? Vi sentite eccitato o euforico quando fate acquisti? Spesso spendete per alleviare sentimenti di ansia o depressione? Spesso spendete quando siete stressato? Spesso spendete dopo una lite a casa o al lavoro? Acquistate spesso cose che avete già? Acquistate spesso cose di cui non avete bisogno? Acquistate spesso indumenti senza prima provarli? Avete lo stesso genere di indumento in diversi colori? Acquistate spesso indumenti e scarpe che non indossate mai? Acquistate spesso libri che non leggete mai? Acquistate CD che non ascoltate mai? Andate spesso in giro con un portafoglio pieno di carte di credito? Spendete fino al limite massimo di quelle carte di credito? Nascondete le cose che avete comperato? Volete fare colpo sugli altri con le cose che acquistate? Fare acquisti è il vostro hobby principale? Ignorate gli estratti delle carte di credito e le varie fatture? Siete incapaci di limitarvi a guardare le vetrine? [si] [si] [si] [si] [si] [si] [si] [si] [si] [si] [si] [si] [NO] [NO] [NO] [NO] [NO]
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Cosa ottengo con il mio tempo libero
Le propongo di soffermarsi per un po’ su tre indici di autovalutazione e riflessione personale sul suo tempo libero. 1. Grado di interesse (=forza attrattiva, guadagno personale, arricchimento emotivo, senso di benessere che deriva) per ciò che Lei fa o ciò a cui prende parte ………. da 0 a 10
(La valutazione dell’indice 1 può essere fatta per ognuna delle singole attività svolte, se l’indice risultante è troppo basso non è opportuno proseguire con svolgere quell’attività senza pensare di attuare qualche modifica esterna o interna).
Attività 1 ………………………… Grado di interesse per ciò che Lei fa o ciò a cui prende parte ………. (da 0 a 10) Attività 2 ………………………… Grado di interesse per ciò che Lei fa o ciò a cui prende parte ………. (da 0 a 10) Attività 3 ………………………… Grado di interesse per ciò che Lei fa o ciò a cui prende parte ………. (da 0 a 10) Attività 4 ………………………… Grado di interesse per ciò che Lei fa o ciò a cui prende parte ………. (da 0 a 10) Attività 5 ………………………… Grado di interesse per ciò che Lei fa o ciò a cui prende parte ………. (da 0 a 10)
2.
Tempo settimanale dedicato a svolgere attività percepite da Lei come rigeneranti, costruttive e stimolanti la sua crescita. Ore settimanali _____
(Se tale indice è molto basso o zero è opportuno che tale situazione non rimanga tale per troppo tempo, bisogna urgentemente fare qualcosa o pensare a qualcosa di diverso dallo status quo. Sempre se non si sia già in una fase di transizione).
3.
Grado di soddisfazione percepito dalla fruizione del proprio tempo di vita: tempo personale/tempo libero e tempo impegnato. Da 0 a 100 ______
------------------------ ORA PUÒ GIRARE IL FOGLIO E PROCEDERE ALLO SCORING DEL QUESTIONARIO: IL MIO MODO DI SPENDERE ------------------ ----
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QUESTIONARIO: IL MIO MODO DI SPENDERE
DATA ___________ N°DI SI _____ N°DI NO _____ Da 15 risposte si in su: indica che la vostra è una situazione molto-molto critica. Tra 6 e 12 risposte si: la vostra situazione è grave ma potete ancora fare qualcosa: fate attenzione. Al di sotto dei 5 si: si ha un livello che non rientra nella patologia ma gli stili evidenziati sono comunque discutibili.
Esito ___________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________ _______________________________________________________________________________________
“Quanto maggiore è il numero dei SI con cui avete risposto alle domande, tanto maggiore è la vostra compulsione a spendere o, addirittura, la vostra acquisto-dipendenza. Gli autentici acquistodipendenti sono dei drogati e hanno bisogno di cure. Se però pensate che potreste essere un acquirente compulsivo, provate a scrivere su un foglio le sensazioni che provate quando fate acquisti e individuate i fattori che scatenano in voi l'esigenza di fare incursioni nei negozi. Potreste scoprite che spendete di più quando siete da solo. Se scoprite che acquistate d'impulso, sforzatevi di aspettare alcuni giorni prima di comperare quello che avete visto. Ricorda che i disturbi compulsivi e gli altri disturbi del controllo delle pulsioni sono spesso un sintomo di scarsa autostima o di identità carente.”Non è rimasto altro oltre all’acquistare ed al maneggiare il denaro e gli oggetti che ci si procura” questo è in se un sintomo di carenza e di bisogno personale, degno di nota (ndr).
Il Questionario è stato tratto dalla rivista Altroconsumo
Bibliografia consultata
David Gordon Phoenix 1981 Astrolabio Giorgio Nardone La terapia dell'azienda malata Ponte alle Grazie 2000 Inserto del quotidiano Italia Oggi 4 gennaio 2009 Roberta Biolcati Roberto Pani Le dipendenze senza droghe 2006 De Agostini scuola Tom Hodgkinson Dan Koeran I piccoli piaceri dell’ozio 2008 Istituto Geografico De Agosini Viktor E. Frankl Uno psicologo nei Lager 2008 Ares
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1° pubblicazione 28 febbraio 2009
Ripubblicato il 28 luglio 2010 Luca dr. Vivaldi
Psicologo abilitato all’esercizio della professione di Psicologo Iscrizioni: Albo degli Psicologi di Trento 281/99 Registro italiano Professionisti di Coaching 352/05 Trento Verona Brescia Bolzano cell. TIM +39 (0) 335 83 16 374
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